Icone del silenzio

Rovine di rossi mattoni tra pini marittimi.
Una strada romana, regina viarum, con le beole a comporre un mosaico.
Ville, bellissima quella dei Quintili, che appaiono nell'orizzonte dei campi.
Abbazie che respirano alternanze delicate di luci e ombre.
L'ora è sospesa, la luce indecisa, può essere l'alba, il meriggio, l'occaso.
Egualmente le stagioni s'annunciano nel mistero, cieli plumbei avvolgono monumenti spettrali, solo i boschi fanno brillare i verdi della primavera o accendono i rossi dorati dell'autunno.
Ad accomunare i paesaggi di Tiziana è un'attesa assorta, velata di nostalgia e pur animata da inestinguibile meraviglia.
Le telette sono di piccole dimensioni, alcune concentrano il fuoco della visione in formati circolari, come specchi nei quali ci si riflette sorpresi.
Microcosmi che evocano la natura e la storia, e soprattutto mettono in scena il mondo interiore.
Tiziana offre una biografia per immagini, le sue emozioni si rivelano in costruzioni dense di suggestioni, di significati, di allusioni che coinvolgono in un gioco sottile di empatia.
Di fronte ai nostri occhi scorrono stagioni di silenzio, contemplazioni metafisiche, turbamenti surreali.
Tiziana fa rivivere impressioni antiche, libera sentimenti che sono alla nascita della pittura naturale.
La campagna attorno a Roma evoca le riflessioni di Claude Lorrain e poi dei Nazareni; e la veduta del castello di Schwerin è autentico omaggio allo spirito poetico di Johann Friedreich Overbeck, alla sua intuizione di gemellare le rive baltiche a quelle mediterranee.
Sono i luoghi dove è stato inventato il paesaggio ideale.
La natura è abitata dalle favole, respira nel mito.
All'idea di un tempo lineare, propria della nostra coscienza, subentra una visione ciclica, si assiste ad un “eterno ritorno”.
Le vestigia del mondo romano, la tagliata etrusca, vibrano all'unisono con i paesaggi, come nelle città del silenzio di Max Ernst.
La natura seduce perché è abitata dai sogni, il suo rigoglio dà corpo al mito.
A Subiaco la corrente dell'Aniene raccoglie l'affanno di re Anio sulle tracce del rapitore della figlia diletta.
Le cascate delle Marmore, immerse nel verde come colate immobili, parlano del pastore Velino che si getta nel gorgo per seguire la ninfa Nera trasformata in fiume dalla gelosa Giunone, la rapida dell'acqua sembra sostare come una passione senza speranza.
L'immobile lago di Capodacqua (presso Capestrano, nel cuore del Parco del Gran Sasso) è un'altra favola d'acqua e racconta incredulo delle onde che, per divenire energia, hanno inghiottito i mulini e lasciato in superficie solo la fabbrica dei colori, metafora della pittura.
Ancora visioni da gran tour ci portano nei dintorni di Alatri: la Grancia di Tecchiena e la Badia di San Sebastiano.
Una galleria di immagini che, per magia, si sollevano dallo scorrere della storia: la badia viene ammirata come oggetto raro, disegnata nell'intreccio di linee mirabili, con meticolosa cura è salvata in ogni pietra, le mura sono accarezzate come pulsante diffusione di luce; poi si entra nel mistero dei chiostri, nella loro eco discreta, si assaporano le ombre del fonte battesimale, ci si inoltra tra gli archi acuti, in penetrali dove preziose vetrate colorate fanno colare luci di paradiso.
Le facciate delle chiese e gli interni dei conventi rimandano volti di una stessa tensione spirituale; un inno innalza l'azzurro pavimento di Sant'Andrea in Flumine a Ponzano Romano ed una preghiera sussurra il monastero di Santa Scolastica a Subiaco.
Come le rovine classiche, sono icone di un passato che vive ed è ricreato e sofferto di continuo dal nostro sguardo: l'arte paziente di Tiziana sembra proseguire l'opera dei miniatori medievali, illumina delle testimonianze, le incastona nella sua dolce melanconia.
E l'incanto delle architetture è lo stesso di oggetti egualmente silenti offerti quali organizzatori di prospettive, di eleganti sterometrie: i volti enigmatici delle statue etrusche, l'elmo di una disfida cavalleresca, il manto barocco rigoroso come un teorema, l'angelo stupefatto modellato da Francesco Mochi a Orvieto.
L'effetto è ancora più captante quando queste icone abitano ancora l'universo del quotidiano, portici di palazzi o immagini di città.
Solenne e astratto il colonnato di San Giovanni in Laterano.
Mirabile il ponte degli angeli sul Tevere, raggelato.
Vedute metafisiche che di Roma svelano l'assoluta bellezza.
Così la potenza della visione trascorre con coerenza sulle inquietudini della modernità.
Tiziana lascia allora la geografia tanto amata, il suo sogno d'Arcadia, e scandaglia spazi di architetture spoglie, abbaglianti nel loro nitore, percorre atri rischiarati da luci abbacinanti, segue gli sviluppi ad elica di scale, si inoltra in corridoi muti, si sofferma su interni desolati dove due sedie ed una conchiglia di marmo infissa nella parete spiccano come una sciarada onirica.
Oltre a penetrare i segreti dei palazzi, a seguire percorsi derealizzanti, a stupirsi del loro rigore creativo, Tiziana coglie immagini profonde della città, le angosce claustrofobiche della loro vita sotterranea, della loro pulsante segreta circolazione: il tunnel rosso come sangue aperto, le gallerie e i marciapiedi della metro, il treno nel buio.
Il viaggio prosegue e le visioni “miniate” ne articolano l'iter, disegnano dei paesaggi dell'anima, atmosfere colte in un'ottica molecolare che non si limita all'apparenza delle cose, ma ne scompone la forma e indaga l'essenza: come Vermeer raffigurava i mattoni di Delft o Klimt esaltava la brulicante vitalità dei fiori sulle rive dell'Attersee.
Lo stupore fa vibrare le corde intime di chi dipinge e di chi osserva, ogni filtro si scioglie, svanisce.
Si comunica oltre la barriera del visibile, si liberano pulsioni inconsce, si accostano aree traumatiche.
E tuttavia lo sguardo dell'artista fissa ogni conflitto, distanzia le paure e ne trasferisce il moto in un giardino segreto, il lavoro alchemico della creazione rende sostenibile il dolore dell'esistere.


                                                                                                                                          Filippo Maria Ferro

Il segreto nello sguardo: Goethe incontra Roma

Nel settembre 1786 Goethe parte da Weimar per l’Italia, viaggia in incognito quasi seguendo un percorso interiore. Lo scrittore, che pochi anni prima, 1774, ha registrato le inquietudini della gioventù europea ne I dolori del giovane Werther, sente la vena creativa esaurirsi o forse avverte tempeste all’orizzonte: l’idea è allora quella di un ritorno alla classicità, al sogno di bellezza aperto nella cultura tedesca da Johann Joachim Winckelmann. Punta a Roma, alle visioni del mondo antico, l’unico monumento che si sofferma ad ammirare lungo il viaggio è l’Arena a Verona. E, quando raggiunge la capitale mitica, esclama: “in questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’esser davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede in Italia”.
Per celebrare questa avventura dello spirito, che ha aperto un filo privilegiato nella cultura tedesca ed è stata alla base della concezione di Weltliteratur, Tiziana ha riaperto la serie delle sue “icone del silenzio” ed ha dipinto immagini intensamente evocative dell’esperienza che il poeta porta nel cuore e richiama di continuo sino al diario (Italienische Reise) edito tra il 1813 e il 1817e ancora nel 1829.
Tiziana è attenta nello studiare le atmosfere, nel renderne la temperatura emotiva. Il ritratto di Goethe lo mostra alla partenza, elegante nella giubba amaranto come si conviene a un letterato di successo che ha la distinzione di ministro. Il giardino nel fondo (simile a quello di Schwerin già eseguito dalla nostra pittrice) è un paesaggio caro ai romantici tedeschi, lo rischiara una luce sospesa e fredda, quella che Caspar David Friedrich sapeva tanto specifica dell’anima nordica da non volerla contaminare con quella viva dei paesi mediterranei. Ed ecco la luce illuminare altri ritratti: Schiller con lo sguardo acceso di rivolta e due volti di donne, Charlotte Buff (Lotte) l’amore che gli ispirato il Werther e Charlotte von Stein, la musa raffinata di Weimar. Eppure queste luci e questi volti impallidiscono alla ricerca di un colore nuovo, di emozioni nuove.
Come già nelle “icone del silenzio”, a siglare i paesaggi di Tiziana è un’attesa assorta, velata di nostalgia e pur animata da inestinguibile meraviglia. Le telette sono di piccole dimensioni, alcune concentrano il fuoco della visione in formati circolari, come specchi dove ci si riflette sorpresi. Microcosmi che evocano la natura e la storia, e soprattutto mettono in scena il mondo interiore. Tiziana sa cogliere l’ora sospesa, ma il registro cambia nell’incontro con Roma. Guarda così al ritratto che Wilhelm Tischbein fa dello scrittore nella campagna romana, preso nella contemplazione della natura e di un passato che emerge dalla terra, marmi di delicato nitore, figure di eroi e di dei. Non è solo la nostalgia dei Nazareni, di Johann Friedrich Overbeck, la loro recherche di mondi trascorsi e idealizzati. E’ un’inquietudine moderna che le permette di avvicinare la commozione della bellezza, di coglierne ed esaltarne la seduzione. Tiziana si immedesima nel paesaggio come Goethe lo vedeva e ne fa rivivere lo spirito, ci aggancia al suo sguardo. La spirale delle sue emozioni si dilata e si sovrappone con “affinità elettiva” a quanto innerva l’animo dello scrittore: “Ogni giorno un qualche oggetto nuovo, meraviglioso; ogni giorno immagini fresche, grandiose, rare”.
Tiziana sembra partecipare alle “notti bellissime” dove si discuteva attorno ai disegni della giornata con Johann Friedrich Reiffenstein, Jakob Philipp Hackert, Karl Philipp Moritz. Una fase del suo percorso di artista che merita delle osservazioni. La tavolozza, rispetto alle splendide tavolette di qualche anno or sono, è meno umbratile, si è schiarita, contempla i dolci grigi del cielo invernale o le atmosfere assolate con dolce malinconia, sfuma con delicatezza, quasi con tremore, le “lontananze”. Sceglie inquadrature che il tempo sembra avere dimenticato, apparizioni intatte e fragili. Una galleria di immagini si solleva sullo scorrere della storia. Villa Pamphilj e “la vasta prateria tutta pianura” ritrovano l’incanto di Weimar, solo una luce più brillante. Le rovine degli acquedotti si levano possenti sulla bionda campagna ondulata e tracciano le vie d’acqua interrotte dagli Ostrogoti. Spiccano le superbe campate dell’acquedotto Claudio che raccoglieva le acque nell'alta valle dell’Aniene: “Le rovine del grandioso acquedotto sono propriamente imponenti”, commenta Goethe, “ed era pure un nobile scopo quello di fornire d’acqua una popolazione, con opere di quella mole.” L’Appia antica è la “regina viarum”. Casal Rotondo con il suo mausoleo circolare a cui tendono come a un riparo le greggi lente, figurazione dell’“eterno ritorno”. La Villa dei Quintili su di un promontorio di rocce vulcaniche dove erano le tombe degli Orazi e dei Curiazi, vive del suo segreto, villa di consoli e poi dimora imperiale. Altre immagini ancora del territorio romano, la tagliata etrusca a Campagnano e la grancia di Tecchiena vicino ad Alatri. E le immagini d’acqua che il poeta evoca. Le cascate delle Marmore parlano del pastore Velino che si getta nel gorgo per seguire la ninfa Nera trasformata in fiume dalla gelosa Giunone. Il lago di Capodacqua (presso Capestrano, nel cuore del Parco del Gran Sasso), è luogo ancestrale, misterioso come uno specchio. Sembrano idillii ma sono vortici di smarrimento. Tiziana coglie le vere emozioni del poeta, la sua vena creativa scioglie l’affanno, mette a tacere l’intimo timore, e l’attenzione si concentra e si fa limpida, vive la favola della Schöne Seele, ritrova la nostalgia di Ifigenia e il suo drammatico ritorno dalla Tauride alle rive greche. Della vicenda drammatica della figlia di Agamennone il poeta ha portato con sè la stesura in prosa e ora la riscrive in versi, e vi condensa la profonda attrazione che la cultura tedesca continuerà a nutrire per il mondo classico: “una specie di malattia morale, che solo l’aspetto di questi luoghi, poteva guarire.” Goethe rappresenta l’anello tra Winckelmann e Nietzsche. Sente palpitare nel suo cuore l’invito che accoglieranno Schliemann e Humann nelle loro missioni a Troia, a Micene, a Pergamo, l’anelito che farà vibrare i dipinti di Alselm Feuerbach e di Arnold Böcklin, la sottile angoscia che pervaderà Freud a Roma e all’Acropoli: Tiziana sa raccogliere questo testimone e individuarlo all’origine, dove e quando le porte del mito si sono aperte alla modernità.
Il canto del poeta anima queste nuove icone, una brezza leggera fa trepidare le atmosfere: “Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn, im dunklen Laub die Goldorangen glühn, ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht, die Myrte still und hoch der Lorbeer steht?”. E subito le percorre un moto di desiderio: “Kennst du es wohl? Dahin, dahin / möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn!“
Emblematica è la visione del Ninfeo di Villa Adriana, seguito nei dettagli del suo profilo al di là del grande albero, compare l’annosa quercia che a Weimar proteggeva le riflessioni del poeta

                                                                                                                                          Filippo Maria Ferro

 


Mysterium Formae

Introspezione, rigore, armonia. Un percorso di ricerca interiore condotto con gli strumenti dell'arte e la scrupolosità della scienza, questa è l'opera di Tiziana Morganti. Un vortice di attitudini diverse che, lungi dall'essere contrastanti o dissonanti, si conciliano in un insieme completo. Come può la “precisione fiamminga” caricarsi di emotività, di spiritualità, di calore espressivo ed umano? Come riescono linee geometricamente perfette e tratto sicuro a vibrare, fremere, comunicare al di là della correttezza stilistica e prospettica? Come possono immagini familiari, scene di vita moderna, limpidi paesaggi del territorio che conosciamo sollevare uno smarrimento segreto ed indurre ad un moto di astrazione, ad una tensione naturale ed ineludibile verso l'ideale? La possibilità sta nell'unica via attraverso la quale la commistione genera armonia, i liguaggi si fondono ed il messaggio pittorico diventa credibile: sensibilità e maestria, passione e conoscenza del mezzo espressivo sono le qualità che fanno l'artista, attraverso le quali egli attinge a piene mani dal proprio animo e riversa con copiosità sul proprio pubblico in un dialogo fluido e senza fine. La via che Tiziana Morganti sceglie, che non può prescindere da queste qualità, né originare da altra fonte che non siano le profondità dell'io, è il sintomo di una sete indagatrice. E' la rappresentazione del noto per approssimarsi all'ignoto, è l'indagine del divino attraverso le sue manifestazioni fisiche e concrete, è la ricerca dell'imponderabile nella bellezza delle cose del mondo in un eterno percorso di sublimazione. Il paesaggio è un Mysterium Magnum, culla accogliente e sorgente di misticismo irrequieto, allo stesso tempo oggetto di un'attenzione lucida, cartesiana, di un razionalismo sensibile incapace di dimenticare il senso profondo della sacralità del creato e l'inafferrabilità della vita. Lo svolgersi dolce di fiumi e colline, la perfezione mirabile delle opere dell'uomo, l'aura iperrealista degli scenari metropolitani: ecco il mistero, il divino ed il sacro offerti da una sensibile sapienza. Ciò che siamo e ciò verso cui tendiamo, ineluttabilmente, come guidati da un filo invisibile, in una forma espressiva consapevole, sobria, scientifica, verrebbe da dire: per ogni soggetto il mezzo tecnico migliore, il più adatto, nel contesto generale dell'accuratezza formale alla quale Tiziana Morganti ci ha, ormai, abituati.

                                                                                                                                                      Cristina Scatolini

Studio di Luce

 

Dall’infinitesimo all’infinito, dal dettaglio impeccabile e rigoroso agli eterni interrogativi dell’uomo.

E’ possibile che il grande stia nel piccolo? Si può vedere lo spazio sconfinato in un arco di volta? Intuire il mistero dell’esistenza grazie ad una scelta prospettica? Scorgere chiaramente l’inadeguatezza dei nostri limiti sulla punta di uno spillo? Tiziana Morganti risponde a queste domande con sicurezza. Le sue risposte sono silenziose e gentili, ma forti di un’evidenza e di un’energia impositiva disarmanti. Ci dice che la comprensione origina da un iter complesso.

Che la realtà va osservata con cura, illuminata nei particolari più minuti e nascosti, studiata con perizia e rispetto, e che questa è la vera contemplazione. Che la luce dell’analisi trasla la terra su un piano ultraterreno. Ci convince che, per arrivare oltre noi, noi siamo l’esatto punto di partenza. Le nostre creazioni e noi stessi, la vita che ci ospita, la materia che ci compone e che non smettiamo mai di trasformare, in una frustrata ed imperitura ricerca del bello, del sacro, dell’immaterialità cui, pure, apparteniamo. E’ così che geometria e pulizia stilistica prendono fuoco e avvampano di immagini, colori, significati. E’ così che il paesaggio calmo si tinge di tinte forti e le linee perfette si caricano di inquietudine. La luce - misticismo e conoscenza - è allo stesso tempo oggetto e mezzo di un’indagine ininterrotta. Tiziana Morganti si serve, lungo questo cammino, di sensibilità e di doti. Alcune le ha acquisite nel tempo, attraverso un percorso formativo che non ha tralasciato di esplorare linguaggi espressivi variegati e distanti. Altre, le più intime, le più vicine al sentire di ogni uomo, quelle dalle quali originano le scelte fondamentali di ognuno in merito allo stile ed al contenuto del proprio messaggio, sono parte di lei da sempre. Se la tecnica, date le capacità naturali, si apprende, la volontà che muove verso le cose importanti, lo sguardo introspettivo e curioso, la tensione al lirismo ed alla spiritualità non possono che essere spontanei. Non c’è spazio per l’approssimazione, né per una spensieratezza vuota ed irresponsabile. Il tratto è sicuro, ma il turbamento è forte e autentico. In tempi governati dall’omologazione e dalla trascuratezza, le miniature di Tiziana Morganti, il suo bisogno di rappresentare con precisione e la sua emotività dominata sono, per tutti, un invito da non declinare.

                                                     

                                                                                                                                         Cristina Scatolini

 


Dalla realtà al mito

Ho conosciuto, e cominciato a seguire nel suo articolarsi, la pittura di Tiziana Morganti, in quanto allieva di Giovanni Arcangeli nel suo corso, molto apprezzato e seguito, presso la Scuola Comunale d'Arte di Via San Giacomo. Come ebbi già occasione di notare in una precedente occasione espositiva, questo fatto, che potrebbe a prima vista apparire esclusivamente biografico, in sostanza invece di ben altri significati, ove si rifletta al tipo di didattica attivata dall'artista-docente, tutta finalizzata ad un serio apprendimento e a una pratica tradizionali della disciplina pittorica. Ma anche tale circostanza sarebbe, infine, epidermica, se essa non fosse stata supportata, ai suoi esordi, da una consonanza tra maestro e allieva fondata sul comune amore per la pittura ambientata nel contesto geografico e propriamente culturale di Roma e del Lazio: pittura e paesaggio; ma anche pittura e museo. Roma, innanzitutto, inesauribile fonte di spunti, di suggestioni, di imprescindibili memorie visive; e poi una selezione molto meditata di itinerari nel territorio. Lavinium, uno degli imprescindibili centri del Vetus Latium, fisico inveramento di quella primogenitura mitica da cui discese Roma. E il prossimo borgo di Pratica di Mare, con il Castello Borghese, l'Antiquarium e le celebri immagini fittili di Minerva. E poi Subiaco e la valle dell'Aniene, e ancora l'abbazia di Sant'Andrea in Flumine, e via di questo passo. Tutte ambientazioni deputate di un ideale e rinnovato Grand Tour. E tuttavia l'itinerario di Tiziana Morganti non trascura neppure le rigorose architetture novecentiste, come attestano una felice inquadratura della scala elicoidale progettata dall'architetto Ballio Morpurgo nel Museo delle Navi a Nemi, o l'altra, dedicata al palazzo dell'Archivio Centrale dello Stato all'Eur. Prove improntate ad una singolare lenticolarità, alquanto astrattiva ma non fredda (si pensi a due tele come San Giovanni in Laterano e Sant'Andrea in Flumine, entrambe del 2006). Nel contesto di una contemporaneità che predilige – quando ancora ama la pittura – grandi superfici pittoriche, la scelta di Tiziana Morganti è invece indirizzata verso il formato piccolo, se non minuscolo; con una segreta passione per il virtuosismo miniaturistico. L'inquadratura antelucana di Castel Sant'Angelo con sullo sfondo la Basilica di San Pietro (Alba romana, 2009), ispirata ad un brano musicale di monsignor Marco Frisina, costituisce una vera e propria sfida, in quanto affrontando uno dei luoghi più frequentati dal vedutismo, da almeno quattro secoli a questa parte, è un po' come – per usare le parole di Umberto Saba – il cimentarsi del poeta con la rima “amore-fiore, la più antica, difficile del mondo”. La storia e la contemporaneità: al primo registro appartengono le due piccole e accuratissime tele Roberto Malatesta e Elmo del XVII secolo (entrambe 2006). Aderendo all'esortazione del suo maestro Giovanni Arcangeli, che invita saggiamente gli allievi, dopo il necessario apprendistato tecnico, a camminare con le proprie gambe e a cercare temi e stimoli personali per la propria pittura, Tiziana Morganti si è orientata nelle opere più recenti (ma non è assolutamente lecito parlare, a suo riguardo, di abbandono delle precedenti scelte tematiche), verso motivi ispiratori maggiormente coinvolti con la contemporaneità. Esiti, insomma, del tutto lontani dalla silenziosa, talvolta persino cristallizzata Arcadia, che invece tiene banco in prove che sono qui sottoposte allo sguardo del visitatore, quali inquadrature della metropolitana (Metropolitana, Tunnel, entrambe 2005), o dei manichini in un negozio di articoli per motociclisti; ovvero dell'interno di una discoteca o di una jeanseria (Via delle Carrozze, 2005). Se ne ricava l'impressione, vitale o stimolante, di un percorso di pittura ancora in definizione, di una strada che di Morganti non consente di intravvedere gli esiti e gli approdi definitivi. E semmai trova come motivo unificante, come filo rosso di una interna continuità, proprio la già citata tendenza astrattiva e decontestualizzante. Assai interessante mi sembra omunque la recentissima Venere (2009), ispirata alla pittrice nientemeno che da Omero, ovvero da quell'esordio del quinto canto dell'Odissea, in cui viene presentata, con tutte le sue seduzioni, la ninfa Calipso. Notturna, lunare visione; in un certo qual senso muliebre idolo di un mondo tutto mentale e straniante, e, come tale, prova di una figurazione capace di porsi coraggiosamente fuori da rivisitazioni della tradizione pittorica. Testimonianza di una possibile linea di figurazione praticabile pure da una contemporaneità, paralizzata dal confronto con un passato, in cui tutto sembrerebbe già stato dipinto, oltretutto in modo insuperabile.


                                                                                                                                        Carlo Fabrizio Carli


Fabula Ancilla Veritatis

Nutrirsi della natura del mondo, come un grande giardino di incomparabile bellezza, popolato da miti, misteri, metafore che circondano la nostra psiche immersa in quella immensa anima mundi, in una natura positiva, salvifica, dove l'essenza vitale di quel frenetico flusso che tutto pervade è rappresentata da Dioniso, il dio del caos conturbante, nato due volte e che verrà poi disperso in tutta la natura stessa. Nel mito del luminoso giardino, dove vive l'innocenza e hanno origine tutte le cose, si forma l'idea di paesaggio “paradiso terrestre” della pittura di Tiziana Morganti, avvolta da una limpida e misteriosa luce, come riflessa da superfici eteree. Lei passeggia in quel giardino che è l'anima e oltre a raccogliere lembi di natura dionisiaca nelle sue tele, vere e proprie mirabili “scatole prospettiche”, ha la capacità di condensare il tempo della contemplazione non come mera registrazione di un dato momento o di uno scatto istantaneo ma di far sentire nei suoi quadri, in una summa infinita di tempi, il riflesso dell'eternità. Le vedute, anche quelle di interni, non sono “rappresentazioni” di paesaggi o di figure ma “rivelazioni”, dove appunto i teli dei vari periodi storici sono già caduti e ammassati e anche il pensiero che li sosteneva è svanito: rimane il paradiso come ultimo dei veli possibili: sedimentazione del sublime. La sua idea di bellezza ideale e concreta è quella di guardare attraverso l'ultimo velo, arrestare il movimento del tempo e restituirci il vissuto e la voce di quei luoghi, il loro incanto: un vissuto e una eco mai spenti e ancora in atto. E' un abbraccio molteplice alla natura, cosciente che il presente altalenante è fatto di mille presenze passate e future e nell'alveo di questa estensione oscillante, dove confluiscono elementi primigeni del creato, l'artista pone la sua luce come una torcia reale-surreale, direzionandola qua e là illuminando per noi, disorientati nell'oscurità dell'affanno quotidiano, quel senso di meraviglioso che ci avvolge e coinvolge dal tempo dei tempi. Completa e ribalta il senso della storica maschera funebre del pio scultore che cattura nel calco del volto l'ultima immagine. Lei, pittrice, di rimando sembra stendere amorevolmente sulla natura piccoli lembi avvolgenti (le sue tele) facendone librare il primo respiro, il soffio primigenio e liberando la linfa vitale dal corpo del deus sive natura, ricomponendo così i frammenti sparsi del corpo di Dioniso. La bellezza dionisiaca, gioiosa, sfrenata e al di là delle apparenze non è disgiunta da quella apollinea come ordine e misura armonica, d'altronde le due divinità erano entrambe rappresentate, antitetiche e complementari, nel tempio di Delfi, l'una sul frontone orientale e l'altra su quello occidentale. Tiziana ha visitato quella architettura templare, immersa in un campo onirico e impalpabile, riflettendo anche su quei quattro famosi motti ancora leggibili sulle sue mura: “Osserva il limite”, “Il più giusto è il più bello”, “Odia la hibris (tracotanza)”, “Nulla in eccesso”. Nobilitando queste suggestioni di formazione classica lei è andata oltre il simulacro “perchè non in uno corpo solo si trova compiute bellezze, ma sono disperse e rare in più corpi” organizzando lo spazio pittorico in una successione di sfondamenti lenticolari arrivando a toccare, con la luce e il colore, punte di eccellenza metafisica. La visione dei suoi lavori, vere “immagini originarie”, implicano una rigenerazione dello sguardo esaltandone la capacità di indagine minuziosa e certosina e come nelle stanze dei misteri che bisogna “entrarci fisicamente” per assaporarne tutte le illusioni, così i suoi quadri sono degli oblò che si affacciano alla mente e man mano si ingrandiscono. Quelle vedute di perfezione fiamminga diventano, prima che immagini, metafora del vedere: enti conficcate nella nostra anima. Meta-visioni, così possiamo chiamarle. In questa mostra si presentano in vedute di complessi monastici, che sembrano immersi da secoli in una pace ultramondana vissuta tra lavoro silente e canti di preghiera, come nella “Badia di S. Sebastiano” compatta e cristallina dove si sente pulsare in ogni pietra la storia dei salmi e sulle superfici si intravedono eleganti calligrafie di interminabili manoscritti. Dall'insula sacra salgono i canti di una vita cenobitica e di clausura e i rintocchi eterni delle campane scandiscono i ritmi quotidiani di regole arcaiche forti e semplici e il quadro del dettaglio della badia ci avvicina alle implicazioni mistiche della torre diafana mentre l'oscurità si disperde. La luce per Tiziana è forma sostanziale della sua poetica, è la claritas che scandaglia le tenebre e parti di interni dissolvendo la tristezza e la durezza delle forme opache e portando ai materiali la virtù del suo diffondersi. Il fonte battesimale “Mysterium” rischiarato dalla luce penetrante delle tre finestre colorate è il riflesso della trinità splendente; la grafia della finestra dalla profonda strombatura “Studio di luce” è essa stessa tabernacolo radioso o edicola devozionale e insieme partecipano alla luminosità del paradiso dantesco e alla potenza della somma gloria. “Lume è là su che visibile face lo creatore a quella creatura che solo in lui vedere ha la sua pace” e in questa frase di Dante si distendono i palpitidi una vita meditativa e serena. Nella “Abbazia di S. Andrea in Flumine” la luce è bella per se. Tutta la cripta è colta da energia luminosa che si infrange su ogni tessera colorata del pavimento cosmatesco, condensandosi nell'arco che incornicia colonne fasciate dalla fonte naturale. Nell'insieme l'atmosfera è pervasa da un fulgore scintillante, sospesa nell'apparente passaggio dell'angelo annunziatore e le colonne, simbolo della passione, sono lì ad attenderlo. Anche nell'architettura interna del “Monastero di Santa Scolastica” si percepiscono, nel contrasto di una scena quotidiana, movimenti di passaggio. Sotto l'arco gotico si apre una bifora lontana e nello spazio fortemente articolato le ombre scivolano via destate dal chiarore mattutino, “sovrapponendosi” a figure scure, monache devote e operose, che frusciano via sparendo in tante direzioni. E “l'Angelo annunciante” appare dal buio, esplode dalle tenebre: è l'angelo dello splendore barocco dal volto estatico e sensuale, dallo sguardo fiero e deciso velato di fulgida malinconia (quasi un auto-ritratto della pittrice) avvolto dal vortice dinamico dei capelli arricciati, che si allunga al drappeggio delle vesti svolazzanti e scomposte. Angelo “scolpito” nella luce monocroma e nei chiaroscuri carezzevoli, caldi e infuocati, che superano il colore del marmo e lo slancio stesso della figura. E quella semplice bellezza di un colore sembra aver attraversato, inondandola con la sua luce, quel tratto di strada della “Tagliata etrusca”, quasi una via sacra arcaica dalla forma di gola incorporea e all'uscita, quella luminosità diffusa si scompone e risplende. I lavori di Tiziana vibrano di “luce abbagliante” e “luminosità di passaggio”, realtà metafisica e realtà fisica sospese tra  verità trasognate e verità spoglie. Come nel “Parco della villa d'Ombrosa”, sognata attraverso il ritmo dell'elegante grafia della finestra dall'arco a tutto sesto e dai due busti in marmo che guardano dall'alto delle colonne il meraviglioso ed enigmatico parco che si stende fino al mare. E la “Grancia di Tecchiena” che emerge dal lontano vissuto del contado, protetta dalla folta vegetazione da una infinità di verdi e da caldi toni autunnali, incastonata lungo tutte le pendici della collina che attraversa diagonalmente la composizione. L'artista non si sofferma solo sui misteri e sulle evocazioni ambientali ma affonda la sua sensibilità nella raffigurazione di personaggi storici. Nel ritratto del famoso condottiero “Roberto Malatesta” il Magnifico Tiziana reincarna una portentosa e intrepida figura del principe guerriero. Dallo sguardo fisso verso una esistenza gloriosa, fiero della sua armatura e dell'ultima sua vittoria, il generale appare in questa immagine con una velatura di romantica melanconia per la sua fine precoce. Ritratti sono anche, attraverso una ideale macchina del tempo, quelli di persone-manichini che si affacciano da architetture urbane del nostro contemporaneo come “Revolution” e “Via delle Carrozze”, spazi spogli e trasparenti, nudi, dove il passaggio di queste figure eteree non sembra lasciare traccia. Ma è la natura depositaria di favole e della nostra alterità più profonda che viene espressa pienamente nella visione oltre-reale del “Castello di Schwerin” di forte suggestione simbolista e di penetrante spiritualità, memore del più famoso dei quadri di Böcklin, quell'isolotto roccioso dominato da un fitto bosco circondato da una distesa d'acqua scura dove il “dolore della visione” già consumato ha lasciato lo spazio solo al mistero: unica verità del mito.

 

                                                                                                                                                  Giovanni Papi