Il segreto nello sguardo: Goethe incontra Roma

Nel settembre 1786 Goethe parte da Weimar per l’Italia, viaggia in incognito quasi seguendo un percorso interiore. Lo scrittore, che pochi anni prima, 1774, ha registrato le inquietudini della gioventù europea ne I dolori del giovane Werther, sente la vena creativa esaurirsi o forse avverte tempeste all’orizzonte: l’idea è allora quella di un ritorno alla classicità, al sogno di bellezza aperto nella cultura tedesca da Johann Joachim Winckelmann. Punta a Roma, alle visioni del mondo antico, l’unico monumento che si sofferma ad ammirare lungo il viaggio è l’Arena a Verona. E, quando raggiunge la capitale mitica, esclama: “in questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’esser davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede in Italia”.
Per celebrare questa avventura dello spirito, che ha aperto un filo privilegiato nella cultura tedesca ed è stata alla base della concezione di Weltliteratur, Tiziana ha riaperto la serie delle sue “icone del silenzio” ed ha dipinto immagini intensamente evocative dell’esperienza che il poeta porta nel cuore e richiama di continuo sino al diario (Italienische Reise) edito tra il 1813 e il 1817e ancora nel 1829.
Tiziana è attenta nello studiare le atmosfere, nel renderne la temperatura emotiva. Il ritratto di Goethe lo mostra alla partenza, elegante nella giubba amaranto come si conviene a un letterato di successo che ha la distinzione di ministro. Il giardino nel fondo (simile a quello di Schwerin già eseguito dalla nostra pittrice) è un paesaggio caro ai romantici tedeschi, lo rischiara una luce sospesa e fredda, quella che Caspar David Friedrich sapeva tanto specifica dell’anima nordica da non volerla contaminare con quella viva dei paesi mediterranei. Ed ecco la luce illuminare altri ritratti: Schiller con lo sguardo acceso di rivolta e due volti di donne, Charlotte Buff (Lotte) l’amore che gli ispirato il Werther e Charlotte von Stein, la musa raffinata di Weimar. Eppure queste luci e questi volti impallidiscono alla ricerca di un colore nuovo, di emozioni nuove.
Come già nelle “icone del silenzio”, a siglare i paesaggi di Tiziana è un’attesa assorta, velata di nostalgia e pur animata da inestinguibile meraviglia. Le telette sono di piccole dimensioni, alcune concentrano il fuoco della visione in formati circolari, come specchi dove ci si riflette sorpresi. Microcosmi che evocano la natura e la storia, e soprattutto mettono in scena il mondo interiore. Tiziana sa cogliere l’ora sospesa, ma il registro cambia nell’incontro con Roma. Guarda così al ritratto che Wilhelm Tischbein fa dello scrittore nella campagna romana, preso nella contemplazione della natura e di un passato che emerge dalla terra, marmi di delicato nitore, figure di eroi e di dei. Non è solo la nostalgia dei Nazareni, di Johann Friedrich Overbeck, la loro recherche di mondi trascorsi e idealizzati. E’ un’inquietudine moderna che le permette di avvicinare la commozione della bellezza, di coglierne ed esaltarne la seduzione. Tiziana si immedesima nel paesaggio come Goethe lo vedeva e ne fa rivivere lo spirito, ci aggancia al suo sguardo. La spirale delle sue emozioni si dilata e si sovrappone con “affinità elettiva” a quanto innerva l’animo dello scrittore: “Ogni giorno un qualche oggetto nuovo, meraviglioso; ogni giorno immagini fresche, grandiose, rare”.
Tiziana sembra partecipare alle “notti bellissime” dove si discuteva attorno ai disegni della giornata con Johann Friedrich Reiffenstein, Jakob Philipp Hackert, Karl Philipp Moritz. Una fase del suo percorso di artista che merita delle osservazioni. La tavolozza, rispetto alle splendide tavolette di qualche anno or sono, è meno umbratile, si è schiarita, contempla i dolci grigi del cielo invernale o le atmosfere assolate con dolce malinconia, sfuma con delicatezza, quasi con tremore, le “lontananze”. Sceglie inquadrature che il tempo sembra avere dimenticato, apparizioni intatte e fragili. Una galleria di immagini si solleva sullo scorrere della storia. Villa Pamphilj e “la vasta prateria tutta pianura” ritrovano l’incanto di Weimar, solo una luce più brillante. Le rovine degli acquedotti si levano possenti sulla bionda campagna ondulata e tracciano le vie d’acqua interrotte dagli Ostrogoti. Spiccano le superbe campate dell’acquedotto Claudio che raccoglieva le acque nell'alta valle dell’Aniene: “Le rovine del grandioso acquedotto sono propriamente imponenti”, commenta Goethe, “ed era pure un nobile scopo quello di fornire d’acqua una popolazione, con opere di quella mole.” L’Appia antica è la “regina viarum”. Casal Rotondo con il suo mausoleo circolare a cui tendono come a un riparo le greggi lente, figurazione dell’“eterno ritorno”. La Villa dei Quintili su di un promontorio di rocce vulcaniche dove erano le tombe degli Orazi e dei Curiazi, vive del suo segreto, villa di consoli e poi dimora imperiale. Altre immagini ancora del territorio romano, la tagliata etrusca a Campagnano e la grancia di Tecchiena vicino ad Alatri. E le immagini d’acqua che il poeta evoca. Le cascate delle Marmore parlano del pastore Velino che si getta nel gorgo per seguire la ninfa Nera trasformata in fiume dalla gelosa Giunone. Il lago di Capodacqua (presso Capestrano, nel cuore del Parco del Gran Sasso), è luogo ancestrale, misterioso come uno specchio. Sembrano idillii ma sono vortici di smarrimento. Tiziana coglie le vere emozioni del poeta, la sua vena creativa scioglie l’affanno, mette a tacere l’intimo timore, e l’attenzione si concentra e si fa limpida, vive la favola della Schöne Seele, ritrova la nostalgia di Ifigenia e il suo drammatico ritorno dalla Tauride alle rive greche. Della vicenda drammatica della figlia di Agamennone il poeta ha portato con sè la stesura in prosa e ora la riscrive in versi, e vi condensa la profonda attrazione che la cultura tedesca continuerà a nutrire per il mondo classico: “una specie di malattia morale, che solo l’aspetto di questi luoghi, poteva guarire.” Goethe rappresenta l’anello tra Winckelmann e Nietzsche. Sente palpitare nel suo cuore l’invito che accoglieranno Schliemann e Humann nelle loro missioni a Troia, a Micene, a Pergamo, l’anelito che farà vibrare i dipinti di Alselm Feuerbach e di Arnold Böcklin, la sottile angoscia che pervaderà Freud a Roma e all’Acropoli: Tiziana sa raccogliere questo testimone e individuarlo all’origine, dove e quando le porte del mito si sono aperte alla modernità.
Il canto del poeta anima queste nuove icone, una brezza leggera fa trepidare le atmosfere: “Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn, im dunklen Laub die Goldorangen glühn, ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht, die Myrte still und hoch der Lorbeer steht?”. E subito le percorre un moto di desiderio: “Kennst du es wohl? Dahin, dahin / möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn!“
Emblematica è la visione del Ninfeo di Villa Adriana, seguito nei dettagli del suo profilo al di là del grande albero, compare l’annosa quercia che a Weimar proteggeva le riflessioni del poeta

                                                                                                                                                     Filippo Maria Ferro